E’ dura essere un creatore di immagini. Il problema è che quando ne viene una in mente, finché non la dici o la scrivi lei non se ne va, e occupa spazio nella testa: e non lascia spazio ad altre immagini. Ronza come un moscone nella cervice finché non la si fa uscire. Allora e solo allora ne nascono di nuove. Ho capito perché Stephen King scrive così tanti romanzi (sovrumano c’è gente che dice che sicuramente mette il suo nome su libri altrui, peché li pubblica a ritmo forsennato). Probabilmente per scaricare l’immaginazione. Un colpo di gomma sul voglio e si ricomincia. Sebbene quel periodo che c’è tra un’immagine e l’altra, quando il foglio della fantasia è bianco, a volte sia molto piacevole, è un bene che duri poco. I costruttori di immagini vivono male senza i loro disegni, come ostriche senza perla.
La musica riempiva l’aria mentre la giostra girava lentamente su stessa. Seduto su una panchina appena ridipinta, la guardava muoversi. L’aria era pungente ma non freddissima e calava la sera: era il momento migliore della giornata, quello, per guardare la giostra, così luminosa, così festosa così colorata; così piena di gente: bambini, nonni, madri con le figlie, giovani padri, tutti prendevano parte al gioco. E giravano in tondo, senza fretta, nella melodia un po’ stereotipata che usciva dall’altoparlante. Ormai occupava tutto il suo campo visivo: era come se non esistesse altro per lui, che ogni sera si sedeva su quella panchina e stava a guardare. Tutto il giorno aspettava quel momento, non aveva altro. Dava un senso alla sua esistenza, e in qualche modo, a furia di guardarli girare, si sentiva parte di quel miracolo. Si sentiva vivo. Poi lentamente, tutti i giorni, la giostra si svuotava di gridolini estatici e di risate, la musica si fermava, ed egli restava solo nel giorno morente, su una panchina in un parco vuoto. Allora si alzava il bavero della giacca, e si allontanava nel buio.
Ma quel giorno era diverso. Si sentiva differente, come illuminato, nuovo; non sapeva spiagerselo: sapeva soltanto che se stendeva la mano davanti a sé, tra le dita poteva vedere i pali della giostra che ruotava, e i cavalli dipinti e i carri e le carrozze, ed erano così vicini! Che sensazione mai si provava a salire? In fondo era una questione di centimetri, bastava volerlo. Si alzò e si fece coraggio; rimase lì qualche minuto, come inebetito, stupito da sé stesso e dalla propria audacia. Stava davvero per farlo? Solo un giro, non chiedeva altro: sentirsi come tutte quelle persone incantate per un solo istante, sentirsi anch’egli parte della magia. D’improvviso allungò il braccio e si aggrappò all’asta di uno dei destrieri di legno vicino al bordo. Correva insieme al cavallo, era solo questione di montare sulla pedana, e issarsi in groppa. Issò il piede sinistro fece forza sulla pedana e si diede la spinta per salire…il piede scivolò sul metallo bagnato da una giornata intera di scarpe umide che lo avevano calpestato. Cadde all’indietro sulla ghiaia, restando impigliato al palo del cavallo solo perchè il risvolto nei pantaloni aveva incontrato un chiodo sporgente. Vedeva le luci sopra di sé mentre veniva trascinato per terra dal movimento della giostra ma non sentiva più niente: non un suono, non una voce. Poi si fece buio.
Si fece quasi un giro intero trascinato sulla ghiaia, prima che la giostra venisse fermata e che fosse chiamata un’ambulanza. La gente guardava la scena sconvolta: chi era quel tale venuto dal niente, che all’improvviso aveva cercato di montare sulla giostra in movimento? Chi aveva turbato con una tale sciocchezza tutti quei poveri bambini? Chi si era permesso di rompere l’incanto?
Non lo videro più per settimane. Lo stupore iniziale si fece ricordo spiacevole, poi memoria, e poi sbiadì fra la musica e le luci, fra un palafreno dipinto ed un cocchio principesco. Non si accorsero di lui quando tempo dopo, ricomparve sulla sua panchina; del resto non lo avevano mai notato neanche prima.
Non provò mai più ad avvicinarla, come se avesse capito che non c’era e non ci sarebbe mai stato posto per lui su quella giostra. "Riservato ai signori paganti", diceva il cartello a fianco alla cassa. Già perché c’era un cartello; e anche una cassa. Come aveva fatto a non vederli? Come credere che sarebbe bastato allungare la mano e fare un salto, per essere felici?
Che Hallowe’en interessante, questo.