Diving into past

Sono tornato a casa. Sono tornato per qualche giorno nel mio vecchio quartiere, nel mio vecchio appartamento dove oggi vive mia zia. Sono tornato in quel di via Savelli 37/43. Motivo ufficiale: dogsitting alla vecchia Wendy, quella simpatica della cagnetta della zia, che se n’è andata a fare un corso di aggiornamento fuori città. Io, il cane, e il gatto. Ho ridormito in camera mia, ho riguardato dalla mia finestra. Mi sono fatto da mangiare in quella cucina dove mi nascondevo da piccolo. Ho staccato Wendy a forza dal braghettone dell’arcata d’ingresso, del mio ingresso: quella peste si mangia il muro! Ho incontrato per strada persone che non vedevo da quasi otto anni. Mi sono fermato a guardare la mia scuola elementare e mi sono anche intrufolato dentro, in realtà, alla ricerca di ricordi.
Molte cose sono cambiate, molte sono tutto sommato rimaste uguali: il vecchio autobus numero 84 continua imperterrito il suo giro di sempre, ma non passa più davanti agli stessi negozi.

Sono tornato a casa per accorgermi, non senza dispiacere, che non è più casa mia. Nessuna nostalgia di quei luoghi, nessun rimpianto, nulla di lasciato indietro. Niente di niente. Intendiamoci: ho avuto moltissimo dalla vita negli anni trascorsi in quella casa, con le persone a cui ho voluto bene, ma sono stato così a disagio negli ultimi tempi che vivevamo lì che tutto il resto per me sbiadisce. Lo so che c’è stato dell’altro, ma dev’essere proprio in fondo al pozzo, perché a guardar giù ne ho visto solo l’ombra. Mi sono sentito estraneo, indifferente, e felice di esserlo. Perché per la prima volta mi sento lontano da quei tempi, perché la catena si è allentata e forse un giorno si sgancerà. Perché una volta di più mi sono accorto dove voglio stare, e soprattutto come voglio starci.

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Lucidatura

 

Avete presente le mele.

Abbiamo giocato tutti a lucidarle.

Restano sempre le stesse identiche dopo, ma cambia il modo in cui riflettono la luce.

Si accendono.

Tutte le mele per me sono state lucidate.

O meglio, io non le vedo più come prima.

Le vedevo opache e non lo sapevo.

Ma non si sono accese le mele.

Si sono accesi gli occhi.

E all’improvviso tutte le mele riflettono.

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Verba Manent

 

Parole. Oggi più che mai, mi rendo conto di quanto le parole siano capaci di trasformare il mondo. Cambiare gli avvenimenti, o in maniera più sottile, cambiare il modo in cui li vediamo susseguirsi sulla scena della nostra vita. E cosa è mai, in fondo, una parola? Un contenitore vuoto, un suono asettico, dentro il quale trasferiamo concetti, sensazioni, emozioni. Spesso e volentieri diamo per scontato che il "pacchetto" che riceviamo da chi ci sta parlando, i valori che egli dà a quel suono, sia lo stesso che avremmo confezionato noi; in quei casi il più delle volte capita di rendersi conto che non c’è niente di più falso. Parole.

Ogni tanto incontro per la strada della mia vita parole (se non intere frasi) che sono rimaste vuote. Nel senso che hanno solo l’apparenza di un significato, ma in realtà sono un guscio dipinto, e dentro non c’è niente: in un certo senso mi fanno pena, costrette da chi le ha pronunciate a vagare senza messaggio. E magari addirittura a convincere qualcuno. La campagna elettorale è appena cominciata, e già sono stufo di ascoltare: è la contemplazione di uno stupro. Perché è questo che la parola subisce quando diventa uno strumento per sedurre (non convincere) la massa; quando viene piegata e distorta dalla retorica; quando non è portatrice di un’idea, ma solo del suo vago riflesso; quando suggerisce ma non esprime. E cosa ascoltiamo oggi? Da una parte la stessa minestra che abbiamo ascoltato nei cinque anni di governo della Destra, di una Destra che non si è fatta nemmeno la domanda se, dopo tanti anni nel frigo, quella minestra non sia un po’ acida. Be’ ve lo dico io: non è acida, è ammuffita. Dall’altra parte invece hanno rispolverato l’arte del antitesi e della conciliazione degli opposti: evidentemente non hanno molto da dire, o hanno paura di dirlo, se ogni qualvolta avanzano una proposta, subito sentono il bisogno di stemperarla, di spezzare una lancia in favore dell’idea opposta. Timore di una parola troppo incisiva? Di concetti troppo delimitati? Proprio come quelli che, indecisi se prendere Margherita (ogni riferimento a fatti o partiti realmente esistiti è puramente casuale) o Quattro Stagioni, restano inebetiti a guardare il menù, facendo aspettare amici e camerieri: insopportabili. 

Il demagogo, vuoi quello che riesce a venderti il prodotto superato spacciandolo per nuovo, vuoi quello che non ha da venderti niente ma ci prova lo stesso, non è un politico: è una puttana.  

Parole. Ne ho sentite tante, questo mese, che non avrei mai voluto sentire. Dolorose, destabilizzanti, inattese, inopportune perfino. Parole che creano, che plasmano realtà inedite. Il punto è che sono cose vere. Il verba volant è la più gran cazzata che mai sia stata pronunciata: ho smesso di crederci. Le parole non volano, costruiscono la realtà come e a volte anche più delle azioni: sono dannatamente reali. Pronunciane una al momento giusto, e guarda la tua vita che cambia. O la vita degli altri. E’ solo una successione di suoni che volano nell’aria. E’ solo la più grande invenzione del genere umano, l’arte di chiudere il mondo, di ricrearlo in un suono. Di ritrasmetterlo all’infinito. Ha una forza travolgente. Sebbene siano rari i momenti in cui ci si ferma a considerare la responsabilità delle proprie parole, diuna leva così potente nelle nostre mani.

Parole. Avrei voluto essere capace di pronunciarne alcune, ma sono rimasto schiacciato dal loro significato. Troppo grande. Troppo sconosciuto. Troppo "altrui". Poi mi è venuto in mente che forse non tutti danno il valore che do io alle parole. Io ne dico troppe e ogni tanto non ci sto attento, ma non tutte hanno lo stesso valore per me; ci sono certe parole che non uso, perché non me ne sento all’altezza. Forse, se le usassi, nessuno ci farebbe caso comunque, circondate come sarebbero, annegate nelle altre. Ma ci farei caso io: e mi sentirei di averle tradite.

 

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Io era tra color che son sospesi…

 
Un giorno di tanti anni fa (non saprei dire di preciso quanti, ma ero abbastanza piccolo), mio padre mi regalò una bicicletta. Era il mio compleanno, credo.

Fu un atto temerario da parte di papà, data la mia scarsa "agilità" in qualsivoglia attività sportiva. Aveva impiegato veramente tanto ad insegnarmi, ed io ero il peggiore degli allievi, perché davvero non avevo nessuna intenzione di imparare; tuttavia lui ne aveva fatto un punto d’onore: ricordo con orrore i pomeriggi passati a cercare di stare in piedi su quel trabbiccolo pericolosamente instabile. Ma imparai: non lo ringarzierò mai abbastanza per aver perseverato.

Quella bicicletta venne qualche anno dopo, e mi ricordo che la trovai bellissima. Onestamente il colore non era il mio preferito, ma era mia, e questo faceva la differenza. Era il riconoscimento del fatto che avevo imparato. Ero capace da solo, con le mie gambe. Gialla e bianca com’era, i miei genitori le avevano messo una grossa coccarda rossa intorno alla canna, che io non mi sarei mai deciso a togliere.
Venne l’estate e noi (che a quel tempo avevamo una routine estiva fantastica che prevedeva montagna a luglio, campagna ad agosto e mare a settembre) ce ne andammo a Champoluc in vacanza. Il nome della frazione era Champlan, e la casa stava dopo una lunga discesa asfaltata che in fondo piegava a gomito verso destra, entrando nell’abitato. Ricordo che mi divertivo ad arrampicarmi fino in cima a questa discesa con la mia bici nuova fiammante e poi a lanciarmi giù a rotta di collo, inseguendo l’ebrezza della velocità (mi piacerebbe tornare a vedere quella strada, chissà com’è in realtà: a me allora sembrava ripidissima!); in fondo facevo la curva e sfruttavo l’abbrivio per non dover pedalare nel pezzo in piano fino a casa. Cento volte l’avrò fatto in due settimane. La centounesima volta, quella curva, non la feci. Dritto contro il muro: un gran bel colpo.
Me la cavai benissimo in realtà, straordinariamente illeso a parte un taglio sul ginocchio; per quanto riguarda la bicicletta, be’, è stata la prima e ultima ruota quadrata che io abbia mai visto. Non la usai più quell’estate, e dopo un po’ di tempo, mio padre la fece riparare. Vennero altre estati, vennero altre biciclette. Quella in particolare è ancora in campagna da me, così piccola, con la sua consumata coccarda rossa. Prende polvere nella stalla della Galotta, ma non nei miei ricordi. Vorrei aver conservato anche la ruota.

Passano gli anni, resto lo stesso.

Mi sono regalato un Erasmus. Ho deciso in piena coscienza, che sapevo stare sulle mie gambe. Che ero in grado, non solo, che avevo bisogno di andare.
Di fare da me.
Di guardare la mia vita da una diversa prospettiva.
Di allontanarmi per migliorare.
Di vedere le pecche che qui non riuscivo a mettere a fuoco.
Di sanarle, forse.

L’ho perseguito e l’ho perseguitato, perché proprio non voleva saperne di essere come lo volevo. Ho insistito e lo ho avuto: onestamente il colore non era il mio preferito, ma era mio, e questo faceva la differenza. Significava qualcosa, un viaggio dentro me stesso oltre che uno oltre le Alpi. Aveva la coccarda rossa.
Ed ero veramente pronto sapete, mi ero preparato bene: ricordo con soddisfazione le ore passate a equipaggiarmi, a lucidare gli schinieri e a rammendare la cotta, a sellare il cavallo. Tuttora non credo che sia tempo perso.
Ma anche questa volta, la mia corsa è stata interrotta quando ormai non potevo più fermarmi: già godevo il vento sulla pelle. Mi sentivo veloce, sulla bicicletta dei miei progetti.
Mi è venuto addosso un muro. O forse è più giusto dire che io sono andato addosso a lui. Oggi non sono in grado di dirlo.
Tra un po’ di anni, forse, anche questa discesa non mi sembrerà più così ripida.
E anche questa volta me la sono cavata benissimo in realtà, straordinariamente illeso a parte questo senso di amara impotenza che è una delle peggiori sensazioni che abbia mai provato. Però, ancora una volta, c’è una ruota quadrata: quella delle mie certezze, quella dei miei progetti. Sebbene sappia che verranno altre estati, e verranno altre biciclette.


Dante Alighieri, Commedia, Inferno, Canto II, v. 52-54.

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Il titolo è un suono di pioggia scrosciante. Tipo NEW AGE. Non lo so scrivere, vi prego di immaginarlo.

 
 
 
Diluvia.
 
C’era una bella conferenza stasera…mi piaceva l’idea di andarci. Storia dei Fieschi. Lo so che a voi non frega niente ma a me piaceva.
 
Ma                 diluvia.
 
Non ho avuto il coraggio di uscire a inzupparmi.
 
Perché           diluvia.
 
La verità è che è un periodo di stasi: parto tra 45 giorni suppergiù, e tento di speratamente di abituarmi all’idea; ormai sono mesi che c’è un inesorabile orologio dentro di me, un cucù che mi ricorda che parto, che manca sempre meno, che vivo la mia vita come se fosse tutto normale, ma non è vero.
Gandalf direbbe: "E’ il respiro profondo prima del balzo": cavolo se è profondo! 
 
Vorrei stare a casa di più (ci sto provando) per bere fino all’ultimo la mia famiglia.
Vorrei fermarmi a guardare ogni angolo della mia città per serbarla nei particolari.
Vorrei dire tante cose a tanti amici, vorrei mostrare loro le radici che hanno messo nel mio cuore.
 
Ma non RIESCO a stare a casa: sono a tappo. Ho sempre voglia di scappare fuori, lontano. Ho bisogno di una pausa. Invece di bere la mia famiglia, inghiottisco tensione.
Ma non VEDO veramente ciò che guardo. Io guardo i muri di Genova e prefiguro i muri di Lione. Io ascolto la gente parlare e penso che il francese suona diversamente.
Ma MI FERMO perché in fondo sono solo sei mesi, perché è solo che amo il dramma. Non ci sono frasi epiche da dire. Nessun addio da pronunciare. Non vivo in una tragedia di Shakespeare. 
 
Quindi invece di scappare fuori di casa, scappo dal salotto e mi rifugio in camera. Patetico e degno di una ragazzina quindicenne. E poi diciamolo, non serve a niente.
Quindi leggo la guida turistica di Lione (regalo quantomai azzeccato!), e cerco stampe della Genova del Quattrocento, e mi interessa la famiglia Fieschi. Non c’è niente di reale in tutto questo. Una città che "non esiste ancora" per me, o una città che non esiste quasi più. Eppure quella vera è lì fuori…ma è solo ambient.
Quindi macino una quantità di cose da dire ma non le dico. Vale la pena dirle, ma escono così maledettamente drammatiche! E io non so renderle normali, e quindi le tengo lì per non essere preso per visionario. Ma ve le vorrei dire: magari ve le scriverò.
 
 
Diluvia.
 
La pioggia ferma le cose, perché si muove lei. Il mondo la riceve fermando la sua corsa: tutto sembra più lento, a confronto con lei. Ogni cosa decelera fino anche a fermarsi. La pioggia….diluvia sul mondo. E io sto fermo con tutto il resto. E respiro profondamente, prima del balzo. E forse sto andando in iperventilazione perché mi sembra di vivere in una bolla di sapone…è tutto ovattato, a parte quell’orologio a cucù.
 
Diluvia.
 
Ma diluvia fuori, o diluvia dentro?
 
 
 
 
Adesso credo che leggerò la voce FIESCHI di Wikipedia
 
 
 
 
 
 
 
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Solo dentro questa zucca vuota, a lume di candela.

E’ dura essere un creatore di immagini. Il problema è che quando ne viene una in mente, finché non la dici o la scrivi lei non se ne va, e occupa spazio nella testa: e non lascia spazio ad altre immagini. Ronza come un moscone nella cervice finché non la si fa uscire. Allora e solo allora ne nascono di nuove. Ho capito perché Stephen King scrive così tanti romanzi (sovrumano c’è gente che dice che sicuramente mette il suo nome su libri altrui, peché li pubblica a ritmo forsennato). Probabilmente per scaricare l’immaginazione. Un colpo di gomma sul voglio e si ricomincia. Sebbene quel periodo che c’è tra un’immagine e l’altra, quando il foglio della fantasia è bianco, a volte sia molto piacevole, è un bene che duri poco. I costruttori di immagini vivono male senza i loro disegni, come ostriche senza perla.
 
La musica riempiva l’aria mentre la giostra girava lentamente su stessa. Seduto su una panchina appena ridipinta, la guardava muoversi. L’aria era pungente ma non freddissima e calava la sera: era il momento migliore della giornata, quello, per guardare la giostra, così luminosa, così festosa così colorata; così piena di gente: bambini, nonni, madri con le figlie, giovani padri, tutti prendevano parte al gioco. E giravano in tondo, senza fretta, nella melodia un po’ stereotipata che usciva dall’altoparlante. Ormai occupava tutto il suo campo visivo: era come se non esistesse altro per lui, che ogni sera si sedeva su quella panchina e stava a guardare. Tutto il giorno aspettava quel momento, non aveva altro. Dava un senso alla sua esistenza, e in qualche modo, a furia di guardarli girare, si sentiva parte di quel miracolo. Si sentiva vivo. Poi lentamente, tutti i giorni, la giostra si svuotava di gridolini estatici e di risate, la musica si fermava, ed egli restava solo nel giorno morente, su una panchina in un parco vuoto. Allora si alzava il bavero della giacca, e si allontanava nel buio.
Ma quel giorno era diverso. Si sentiva differente, come illuminato, nuovo; non sapeva spiagerselo: sapeva soltanto che se stendeva la mano davanti a sé, tra le dita poteva vedere i pali della giostra che ruotava, e i cavalli dipinti e i carri e le carrozze, ed erano così vicini! Che sensazione mai si provava a salire? In fondo era una questione di centimetri, bastava volerlo. Si alzò e si fece coraggio; rimase lì qualche minuto, come inebetito, stupito da sé stesso e dalla propria audacia. Stava davvero per farlo? Solo un giro, non chiedeva altro: sentirsi come tutte quelle persone incantate per un solo istante, sentirsi anch’egli parte della magia. D’improvviso allungò il braccio e si aggrappò all’asta di uno dei destrieri di legno vicino al bordo. Correva insieme al cavallo, era solo questione di montare sulla pedana, e issarsi in groppa. Issò il piede sinistro fece forza sulla pedana e si diede la spinta per salire…il piede scivolò sul metallo bagnato da una giornata intera di scarpe umide che lo avevano calpestato. Cadde all’indietro sulla ghiaia, restando impigliato al palo del cavallo solo perchè il risvolto nei pantaloni aveva incontrato un chiodo sporgente. Vedeva le luci sopra di sé mentre veniva trascinato per terra dal movimento della giostra ma non sentiva più niente: non un suono, non una voce. Poi si fece buio.
Si fece quasi un giro intero trascinato sulla ghiaia, prima che la giostra venisse fermata e che fosse chiamata un’ambulanza. La gente guardava la scena sconvolta: chi era quel tale venuto dal niente, che all’improvviso aveva cercato di montare sulla giostra in movimento? Chi aveva turbato con una tale sciocchezza tutti quei poveri bambini? Chi si era permesso di rompere l’incanto?
Non lo videro più per settimane. Lo stupore iniziale si fece ricordo spiacevole, poi memoria, e poi sbiadì fra la musica e le luci, fra un palafreno dipinto ed un cocchio principesco. Non si accorsero di lui quando tempo dopo, ricomparve sulla sua panchina; del resto non lo avevano mai notato neanche prima.
Non provò mai più ad avvicinarla, come se avesse capito che non c’era e non ci sarebbe mai stato posto per lui su quella giostra. "Riservato ai signori paganti", diceva il cartello a fianco alla cassa. Già perché c’era un cartello; e anche una cassa. Come aveva fatto a non vederli? Come credere che sarebbe bastato allungare la mano e fare un salto, per essere felici? 
 
 
 
Che Hallowe’en interessante, questo.
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Nuovo anno nuovo delirio

Che pianto…guardate e sclerate con me!
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